L’insindacabilità di un giudizio estetico, al netto del contesto, è tutta da dimostrare.

I quesiti che dobbiamo porci riguardano, invece, l’opportunità di sostenere installazioni artistiche e architettoniche contemporanee in contesti dal riconosciuto valore storico e culturale.

La riflessione di Archimeccanica nasce dalla vicenda che ha visto protagonisti 39 sfortunati Trachycarpus fortunei, comunemente detti palme, e alcuni banani installati in Piazza Duomo a Milano, come parte di un’iniziativa presa dalla catena statunitense di caffetterie Starbucks per pubblicizzare la prossima apertura di un esercizio nella piazza principale del capoluogo lombardo. Una delle argomentazioni sostenute da chi si è schierato contro l’installazione del progettista Marco Bay riguardava la simbologia delle palme in quello specifico contesto: un segno tangibile della “africanizzazione di Milano e dell’Italia”[1].

Per non arenarci su questo punto ma, al contempo, per risolverlo, basta ricordare come non ci sia mai stata alcuna contestazione verso il largo uso – sia pubblico che privato – di una pianta annuale ed esotica come il Pelargonium: il comunissimo geranio. Li possiamo osservare su innumerevoli davanzali delle baite di montagna o nelle aiuole decorate delle località di villeggiatura nonostante essi provengano dall’Africa australe. D’altronde se si considera che il 90% delle specie ornamentali sono di origine esotica o loro ibridi, il discorso su una presunta “coerenza ecologica” da rispettare viene immediatamente a cadere.

Gli aspetti tecnici, concettuali ed estetici devono viaggiare all’unisono in modo tale che al prodotto progettuale possa essere riconosciuta una natura professionale. I rimandi che può ispirare l’installazione di Marco Bay in Piazza Duomo sono numerosi, dalle criticità del riscaldamento globale alla “semplice” volontà di rinnovare il catalogo delle specie utilizzate in ambiente urbano. A suo modo è allarmante constatare come i riferimenti e le emozioni suscitate dalle nuove piante si siano arenati a un livello superficiale dove in poco tempo dall’emozione si è arrivati all’azione, con il tentativo di incendiare una delle piante. Sarebbe stato di gran lunga preferibile discutere sui benefici ambientali, siano anche solo in termini percettivi, dell’inserimento di una consistente quota verde in una piazza altamente mineralizzata.

L’aspetto più grave riguarda il grado di libertà con cui il progettista si approccia al proprio lavoro. Nello sviluppo di un’idea architettonica contemporanea è necessario prendere in considerazione la totalità delle possibili reazioni? Anche quelle che possono sembrare più fuori contesto e generate da temi che nulla hanno a che fare con l’opera in sé? Al momento le piante di Piazza Duomo sono state recintate per scongiurare ulteriori attacchi vandalici. L’opera, di fatto, è già stata manipolata.

[1] Affermazione del consigliere regionale lombardo Riccardo De Corato, riportata su La Repubblica, Edizione di Milano, il 23 febbraio 2017: http://milano.repubblica.it/cronaca/2017/02/23/foto/milano_dopo_le_palme_in_piazza_duomo_arrivano_i_banani-158972403/1/#1
Crediti fotografici: ANSA / MATTEO BAZZI
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